Stasi e l'abito che non calza

 “L’ABITO CHE NON CALZA”

Confezionato apposta per lui… ma cucito male. Ventitré minuti per entrare in un destino già scritto, mentre lui restava basito dai complimenti.





Attorno alla storia di Alberto Stasi, io vedo una grande sartoria.

Una di quelle botteghe dove non si creano abiti su misura per chi li indosserà davvero, ma dove, a volte, si deve trovare qualcuno che riempia un vestito già deciso.

E così, tra tanti possibili clienti, ne è stato scelto uno: Stasi.

Il vestito, all’inizio, era solo imbastito. Fili lenti, pezzi appena accostati. Ma i sarti si sono messi al lavoro: ago e filo veloci, orli sistemati, asole rifinite, bottoni cuciti con precisione. Punto dopo punto, il vestito prende forma.

Et voilà: pronto.

O almeno, così sembra.

Perché a guardarlo bene, quell’abito non cade come dovrebbe.

Fa pieghe. Tira in alcuni punti. È cucito male.

Ma questo lo nota solo chi lo indossa.

C’è poi un altro dettaglio, ancora più evidente: le scarpe.

Sono troppo grandi. Decisamente fuori misura.

Eppure nessuno sembra farci caso.

C’è un passaggio che rende tutto ancora più irreale: il tempo delle prove.

Ventitré minuti.

Solo ventitré minuti per arrivare in sartoria, spogliarsi, indossare un abito che non veste, che fa grinze qua e là. Ventitré minuti per sistemarlo in fretta, tirare, stringere, adattare senza davvero correggere. E poi togliersi tutto, rimettere i propri vestiti e tornare a casa.

Troppo poco.

Troppo poco per trasformare un abito imbastito in un vestito fatto su misura.

E infatti il risultato resta quello: un abito che non è giusto, che non è suo.

Ma glielo fanno indossare lo stesso.

Con quelle scarpe sbagliate ai piedi, lo fanno uscire.

E lo accompagnano fino al tribunale.

Lì succede qualcosa di ancora più strano.

Più di una persona lo guarda e si complimenta.

Dicono che l’abito è bello. Che gli sta bene. Che gli calza a pennello.

E lui resta lì, per un attimo, quasi immobile.

Basito.

Come a dire: ma che cavolo stanno dicendo?

Perché lui lo sente.

Sente il tessuto che tira sulle spalle, che stringe dove non dovrebbe, che cade male. Sente ogni piega fuori posto.

E sente, soprattutto, quelle scarpe: larghe, instabili, non sue.

Eppure intorno a lui nessuno vede nulla.

Nessuno abbassa lo sguardo.

Nessuno si accorge di quello che è evidente.

E alla fine, resta solo una verità amara:

quella è una sartoria dove 

nessuno vorrebbe mai entrare 

per farsene fare uno.


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