Garlasco: Chiara e il rumore.

Chiara e il rumore


Ci sono storie che non ci lasciano mai davvero. Per me, quella di Chiara Poggi è una di queste.

Mi capita spesso di pensare a lei. Non al caso giudiziario, non alle infinite discussioni televisive, non alle ricostruzioni e alle polemiche. Penso a Chiara. A una ragazza di ventisei anni. Alla paura che deve aver provato. Al dolore. A quell'istante terribile in cui forse ha capito che non avrebbe avuto scampo.

Da madre di due giovani donne, questo pensiero mi attraversa come una lama. E ogni volta fa male.

Sono passati quasi vent'anni da quel 13 agosto 2007 e ancora oggi sento che questa vicenda non ha smesso di interrogare le nostre coscienze. Negli ultimi mesi l'attenzione mediatica si è intensificata ancora. Anche chi, come me, aveva smesso da tempo di seguire la cronaca nera, si è ritrovato a guardare di nuovo verso Garlasco.

Eppure devo essere sincera: anche io seguo il caso. Anche io leggo articoli, ascolto interviste, cerco di comprendere gli sviluppi giudiziari e ne parlo pubblicamente. Anche io condivido notizie e riflessioni.

Lo faccio perché vorrei che si arrivasse finalmente alla verità. A una verità vera, completa, capace di fare luce su una vicenda che continua a lasciare domande aperte. Lo faccio perché alcuni sviluppi, alcune rivelazioni e alcune contraddizioni emerse nel tempo mi lasciano spesso basita.

Ma proprio mentre seguo tutto questo, mi accorgo di un paradosso.

Da una parte c'è l'omicidio di Chiara Poggi, una tragedia umana immensa. Dall'altra c'è il Caso Garlasco, un universo parallelo popolato da processi, ipotesi, esperti, opinionisti, trasmissioni televisive, libri, interviste e polemiche. Una sorta di piovra che estende i suoi tentacoli ovunque, fino a rendere quasi invisibile il punto da cui tutto è partito.

Mi torna spesso in mente La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi. Nel romanzo, Ana Lou smette rapidamente di essere una persona e diventa il centro di una gigantesca narrazione. Ancora più inquietante è il fatto che la sua morte sia legata al desiderio di qualcuno di conquistare notorietà e attenzione. La vittima diventa un mezzo. Un pretesto. La tragedia si trasforma in storia da raccontare.

Naturalmente la realtà non è un romanzo e le due vicende sono profondamente diverse. Eppure c'è qualcosa che continua a colpirmi: la facilità con cui una vittima rischia di scomparire dietro il racconto della sua stessa morte.

Attorno a casi come questo si muovono emozioni autentiche, certo. Ma si muovono anche ascolti, visibilità, interesse, audience. E dove c'è attenzione, inevitabilmente, c'è anche più di qualcuno che ne trae un vantaggio.

Così il rumore cresce. Crescono le voci, le ipotesi, le contrapposizioni. Crescono i personaggi che ruotano attorno alla vicenda. E mentre tutto questo accade, io ho l'impressione che il volto di Chiara finisca sempre più sullo sfondo.

Forse è proprio per questo che sento il bisogno di scrivere di lei.

Perché prima del caso c'era una ragazza.

Prima delle trasmissioni televisive, delle interviste, delle teorie e delle polemiche, c'era una giovane donna con la sua vita, i suoi affetti, i suoi progetti.

E qualunque sia la verità che un giorno emergerà, se emergerà, spero che non ci dimenticheremo mai di questo.

Di Chiara.

Perché il rischio più grande non è soltanto non conoscere tutta la verità. È dimenticare la persona per inseguire il caso, come forse tutti noi stiamo facendo.

Commenti

Post popolari in questo blog

Un intreccio di cuori

Garlasco: il Testimone.

Come ho tolto una macchia di inchiostro dal copriletto con un metodo casalingo